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 | | |  Millennium Member
 Group: ModeratoriPosts: 4771 Status:  | |
| Alcune semplici regole: -Non usare fiction reciclate da altri contest o, comunque, già postate da qualche parte. -Date il vostro meglio, sfruttando al massimo la vostra originalità. -Non superare mai la lunghezza massima che vi verrà comunicata all'apertura di ogni FOTM. -Rispettate sempre l'argomento su cui bisogna scrivere la vostra fiction. -La chiusura del contest è prevista per il 25 di ogni mese, alle 00:00. Fino alle 00:00 del primo giorno del mese successivo sarà possibile votare. -In questo topic si postano soltanto i lavori. -I primi tre saranno premiati con una targhetta che il sottoscritto preparerà. -Per eventuali dubbi o chiarimenti inviate un mp a me o aprite un topic in Problemi&Info. -Una volta postato il proprio lavoro non sarà possibile editarlo.L'argomento di questo mese è: drammatico. Datevi alla pazza gioia  Limite minimo di parole: 750. Limite massimo di parole: 1750. Schema da compilare: Autore: Titolo: Rating: Genere: Fandom: Numero di Parole: Note: Racconto: in spoiler | | | |
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 | | |  Dante Fan
 Group: WritersPosts: 696 Location: .: Heaven :. ed ora sono qui, con le Ali Annerite Status:  | |
| Autore: Murderess Doll Genere: Drammatico Rating: Arancione Fandom: - Numero di parole: 1456 Note: I pensieri di una madre troppo ragazzina e di una ragazzina cresciuta troppo in fretta. Una famiglia stravolta dall’emottisi. (l’ho scritta alla carlona lo so o.o – linguaggio colorito e blasfema) Racconto: Emottisi Ti guardo dall’altra parte del vetro. Un’altra visita bambina mia, è un’altra fottutissima visita. Tu li lasci fare passivamente e non guardi nemmeno cosa ti fanno, i tuoi occhi sono rivolti altrove, sono lontani da tutto e tutti, anche da me. Non sei riuscita a perdonarmelo: mi hai supplicata, implorato piangendo tanto da farti venire una nuova crisi, tanto da tossire ancora sangue. Ma come potevo farlo amore? Come potevo buttare l’ultima speranza che avevo bambina mia? Sei stanca e lo vedi, la pelle si è ingrigita e ha perso quel splendido colore roseo e quasi abbronzato. I tuoi bellissimi capelli color oro sono sciupati e sembrano paglia. Il tuo fisico magro, secco ed emaciato tanto che mi chiedo come tu possa ancora reggerti sulle tue gambe. Perché?Avresti dovuto dirmelo già all’inizio. Perché me l’hai tenuto nascosto? Perché non hai lottato per vivere? Perché hai cercato così disperatamente di non dare a vedere che stavi morendo? Perché cazzo non me ne sono accorta subito? Ho bisogno di te, tesoro mio, non lo capisci? Sei la mia bambina, sei stata nove mesi nel mio grembo e siamo state per quattordici lunghi anni l’una il sostegno dell’altra. Già tuo padre mia ha tradita e abbandonata, vuoi farlo anche tu, come lui?La visita finisce ed i medici escono. Mi parlano e io li fisso senza poter rispondere, annuisco senza volerlo fare dato che senso la metà di quello che mi dicono. Sono capaci solo di parlare e non stanno salvando la mia bambina. Cosa me ne faccio delle parole? << Non vogliamo darle false speranze. >> ho bisogno di false speranze. << i precedenti esami non sono andati bene e il corpo di sua figlia non risponde positivamente alle cure mediche. >> << Sta morendo? >> domando sapendo bene la risposta. I due medici mi guardano indecisi. Sanno che dovrebbero rispondermi si, che non ha speranza, che sta morendo, che presto la mia bambina si spegnerà per sempre, ma non lo fanno. Evidentemente faccio davvero pietà. << Le analisi saranno pronte domani mattina. >> sospira il moro. << porti a casa sua figlia, passate del tempo assieme. >> il poco tempo che vi rimane. Era questo che volevi dire, vero? Mi volto e mi dirigo alla stanza assegnata a mia figlia. È seduta sul letto, curva con il viso basso. Vederti così mi uccide. Sento una fitta al cuore, mi sembra che me lo striano strizzando, mentre lo stomaco mi si rivolta. Una vampata di freddo angosciante. << Tesoro. >> mormoro avvicinandomi. Non alzi lo sguardo infossato, non mi cerchi, non sembra nemmeno che tu mi abbia sentita. Sento il tuo respiro affaticato, ogni giorno sempre di più. Vedo le tue spalle alzarsi e abbassarsi velocemente mentre ti sforzi di respirare e mi fa male. Mi sento le gambe molli e vorrei piangere, gridare, spaccare qualsiasi cosa mi venisse tra le mani. << Posso tornare a casa? >> sussurri flebile. Anche la tua voce, la tua bellissima voce da cantante è sfumata ed è sbiadita. Ora è solo un rantolo debole che probabilmente fatichi anche tu. << Sì certo. >> Cerchi di alzarti. Ogni tua fibra trema per lo sforzo e mi sento male per questo. M’affanno per avvicinarmi, per stare al tuo fianco, per aiutarti. Permettimi di essere il tuo sostegno.Ma mi respingi, senza forza alzi le braccia quanto basta per evitare il mio tocco e farmi capire che non vuoi la mia pietà, la mia misericordia. Sento gli occhi bruciare per le lacrime che non riescono a colare, che non posso mostrare. **----------------------------**
Scusa mamma, mi dispiace, giuro che non vorrei farti questo, ma non posso farci niente. Non hai idea di cosa vuole dire. Un giorno stai bene e il giorno dopo senti un bruciore allucinante al petto, i polmoni hanno piccoli spasmi e ti ritrovi a tossire come un’ossessa. Hai uno strano sapore metallico in bocca e guardi istintivamente la mano trovandoci una schiumosa sostanza rossastra: sangue da Emottisi. Allora subentra il panico, hai paura, non sai che fare, che pensare e ti pulisci furiosamente la mano con il primo fazzolettino che trovi, buttandolo via perché nessuno sappia cosa hai appena fatto.Avevo già abbastanza problemi. Bullismo di merda cui tenere testa, fighette del cazzo cui dover guardare dritto negli occhi con sicurezza senza fingere di aver paura di loro. Cos’è mai tossire sangue mettendolo a confronto con le pestate che mi davano loro? Cos’è mai tossire sangue in confronto alle umiliazioni che mi facevano subire? Niente.Lo ammetto, mamma, mi sto lasciando morire perché voglio che sia così. Penso sia finalmente una risposta alle mie preghiere. Ho pregato perché tutto quel dolore finisse. Ho pregato perché non dovessi continuare a sopravvivere, invece che vivere come tutti gli altri. Ho pregato perché dovessi smettere di fare la madre, perché sei tu ad aver bisogno di me, ogni volta. Cazzo mamma sono tua figlia, dovresti essere tu a consolarmi, non io a raccogliere ogni volta le tue lacrime, da quattordici fottuti anni. Sono stanca di lottare per ogni cosa, ogni giorno. Sono stanca di mostrare i denti, di mostrare una forza che non ho mai avuto. Ho pregato perché tutto questo finisse e mi è stata data una possibilità che ho intenzione di sfruttare. Ogni giorno muovermi è sempre più difficile. Mangiare è come ingoiare tizzoni ardenti e respirare è uno sforzo incredibilmente grande. Mi sento sempre più assente, sempre più vuota ed estraniata ed è bellissimo. Finalmente a casa posso andarmi a rintanare in camera. Striscia i miei passi e ogni singolo movimento mi brucia, sento vampate di calore e vorrei vomitare. Sai bene che non cenerò quindi non mi chiedi nemmeno se voglio mangiare, se ho fame, perché io non ho più fame da molto tempo. Non posso avere fame. Arranco fino al mio letto e mi accascio di fianco a questi, tramortita dalla stanchezza, il respiro è sempre più affannato e mi piace. Sta finendo tutto. Lo so, lo sento, lo voglio. Sto per addormentarmi, ma una fitta mi perfora il petto. È come se un coltello penetrasse nei miei polmoni, nella mia gola, e si agitasse violentemente. Oh merda, questo fa male.Vomito con violenza e fa un cazzo di male assurdo. Sento il corpo andarmi in fiamme e la testa congelarsi. Muoio. E improvvisamente questo mi fa paura. Affondo il viso nel materasso e vomito ancora inondando il letto di sangue. Il sapore metallico e caldo, la puzza di sangue. Tossisco convulsamente tremando come un’idiota. Mi sento percossa da tremori incontrollati e non riesco a respirare. Il cuore mi fa male, batte troppo forte, sta per sfondarmi il petto. << Cristina! >> chi strilla? << Oh Cristina, Cristina tieni duro. Fai profondi respiri! >> mamma. Mi stringe a se, troppo forte e vomito ancora sentendomi sempre meglio. Le sensazioni se ne stanno andando, il dolore diventa sempre minore, anche se la stanchezza aumenta: Ho sonno, credo. << Chiamo il medico, ora chiamo il medico! >> strilla. << No. >> rantolo tra la tosse. << ti prego… >> gorgoglio sconvolta. << lasciami andare…b…asta…basta… >> voglio essere io l’egoista per una volta. Poi, sono troppo stanca per continuare. **---------------------------**
La sento tossire, all’improvviso e con violenza. Sento uno spasmo al cuore, una calda vampata di adrenalina e corro in camera sua spalancando la porta. La trovo riversa contro il letto e sangue ovunque, sembra esserci un lago sotto di lei. << Cristina! >> Oh no, no, no, no. Ti prego no! Non puoi lasciami! << Oh Cristina, Cristina tieni duro. Fai profondi respiri! >> La stringo a me con disperazione, mentre l’odore del sangue mi dà la nausea. << chiamo il medico, ora chiamo il medico! >> << No. >> rantola tossendo. << ti prego…lasciami andare…b…asta…basta… >> mi vuole abbandonare anche lei.Fisso i suoi occhi, il suo sguardo è lontano ed assente. Non tossisce più.Ed io urlo, urlo come mai non ho fatto nella mia vita. Dio, dove cazzo sei?Urlo tutto il mio dolore, mentre il cuore rimbomba violento. Mentre vorrei vomitare l’anima. Mentre mi fa troppo male esistere. Perché me l’hai portata via? Lei era il mio angelo, il mio!Ti stringo perché tutto quello che posso fare. Piango, urlo, ti stringo e muoio con te. Ti prego portami con te. Dio ascoltami, fammi andare con lei, ti prego!Non è giusto che succeda così. È un dolore incredibile, non pensavo potesse esistere un dolore simile. Ogni fibra del mio corpo piange assieme agli occhi e la testa mi sta esplodendo. Voglio morire anch’io con lei perché da sola non ce la faccio. Ho bisogno di lei. Ho bisogno del suo sorriso. Ho bisogno di mia figlia e tu, Dio, me l’hai portata via. Edited by Murderess Doll - 5/11/2009, 20:12 | | | |
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 | | |  Se i sogni sono infiniti, il cammino è sconfinato...non sarà certo la paura a farvi vedere la luce!
 Group: Utenti +Posts: 6697 Location: Dove tutto ha inizio e dove tutto finirà... Status:  | |
| Autore: Nemeryal Titolo: What Have You Done Now Rating: ArancioneGenere: What if? Drammatico, Shonen Ai (ATTENZIONE! Lo Shonen Ai tratta in modo più velato, quasi impercettibile il rapporto Uomo-Uomo. Non è come lo Yaoi, che indica invece il rapporto in modo molto più esplicito) Fandom: Naruto Numero di Parole: 1316 Note: Un enorme grazie a Solanya che mi ha aiutato! (che mondo sarebbe senza Solanya?) XD La Fan Fic è ambientata a Suna, in un tempo imprecisato prima del ritorno di Naruto a Konoha all’inizio dello Shippuden. Il Team 10 (quello composto da Gai sensei, Neji, Rock Lee e TenTen) arriva al Villaggio della Sabbia. Gaara reicontra così Rock Lee che, una mattina, gli propone di allenarsi insieme. (Se vi aspettate qualcosa di drammaticamente smielato, scordatevelo! XD) Una piccola nota per coloro che non conoscessero Naruto e di conseguenza i due pg protagonisti di questa Fan Fic (che andrà a fare parte di una Raccolta -tutta di fic autoconclusive- che troverete nell'apposita sezione^^) Gaara:Gaara è il figlio del Quarto Kazekage ed il fratello minore di Temari e Kankuro. Alla sua nascita gli fu sigillato nel corpo Shukaku per ordine del padre. Fu possibile grazie ad un Jutsu operato da una delle anziane del villaggio della sabbia, la marionettista Chiyo. Poiché era necessario un sacrificio, venne scelta la madre di Gaara, Karura. Prima di morire, Karura maledisse il villaggio e suo figlio appena nato, sperando, però, che un giorno l'avrebbe vendicata, e chiese alla sabbia di proteggerlo. Il motivo per cui il padre di Gaara gli inflisse quel triste destino era dovuto al fatto che il signore feudale di quel territorio stava pian piano indebolendo il villaggio, minimizzando la sua capacità di difendersi. Addirittura il signore feudale aveva cominciato ad offrire lavoro a diversi villaggi ninja, anziché al suo, quello della sabbia. Vedendo cosa stava succedendo al suo villaggio, il Quarto Kazekage si rese conto che i loro ninja avrebbero dovuto essere di un livello assai superiore. Gaara sarebbe stato quindi la loro arma segreta Gaara era diventato un ragazzo chiuso in sè stesso, silenzioso e consumato da un odio profondo verso tutti. Aveva iniziato a provare piacere nell'annientare i diversi sicari mandatigli contro dal padre; alla lunga, uccidere chiunque minacciasse la sua esistenza era divenuta la sua ragione di vita. La sua insonnia, causata dal fatto che Shukaku divorava la sua personalità approfittando delle poche difese durante la fase di sonno, aveva reso Gaara ancor più instabile. (Fonte: Wikipedia) Durante l'esame per la selezione dei Chunin, viene a scontrarsi proprio con Rock Lee, cui, dopo un combattimento che lo vedrà rischiare la sconfitta totale, spezza praticamente tutte le ossa. Solo l'intervento di Gai (il maestro di Rock Lee), il Loto della Foglia riuscirà ad avere salva la vita. Dopo lo scontro con Naruto, Gaara capirà i suoi errori e si "redimerà". Nel combattimento (alla fine della prima serie) che vedrà scontrarsi Kimimaro e Rock Lee, in aiuto di quest'ultimo arriverà proprio Gaara. Nella seconda serie vediamo lo Shinobi della Sabbia essere diventato il KazeKage del proprio villaggio, Nonostante tutto, lo Shukaku (lo Spirito del Tasso) vive dentro di lui fino a che...ma questa è un'altra storia, che con questa fic non ha nulla a che fare XD Rock Lee: Rock Lee o semplicemente Lee è un Chunin del Villaggio della Foglia e fa parte del Team Gai, capitanato da Gai, e si trova in squadra con Neji Hyuga e Tenten. Già al grado di Genin sapeva utilizzare le pericolosissime tecniche del Loto Frontale e del Loto posteriore. Spicca nella serie per essere l'unico a non essere in possesso di arti magiche (ninjutsu) o illusorie (genjutsu). (Fonte: Wikipedia) Racconto: What Have You DoneL’aria vibra, pulsa, tutto freme senza sosta, in uno spasmo finale che infrange la staticità e costringe il tempo a distruggere le barriere della fissità. E tutto torna a scorrere, come un fiume in piena che inghiotte ogni cosa. Sgrani gli occhi e ti guardi le mani, fissi lo sguardo sulla pelle che un tempo doveva essere candida, ma ora ti si mostra ricoperta di sangue caldo, purpureo, che ancora gocciola vischioso dalle dita, allargandosi sulla sabbia e riflettendo il tuo volto sconvolto in un grottesco specchio vermiglio. I grumi rossi si addensano ad ogni istante che trascorri in quella posizione, inginocchiato a terra, le mani poco distanti dal viso e gli occhi sgranati, le labbra tirate in un ghigno di incredulo disgusto. Goccia dopo goccia, sanguigni granelli di sabbia cadono sul terreno come in una clessidra, si infrangono con un tonfo soffocato e si riuniscono e ondeggiano, riflettendo impietosi la tua colpa. Le labbra tremano e la voce fatica ad uscire, le corde vocali vibrano e bruciano, strappandoti singulti sconnessi. Provi a contrarre le dita e speri che appartengano a qualcun altro. Preghi che il sangue che impregna i tuoi abiti, cola dai tuoi palmi e si incrosta sul tuo viso siano quelli di un altro assassino, che tu stesso hai eliminato, per vendetta. Perché non puoi essere stato tu. Non puoi aver davvero compiuto un atto del genere. Non di nuovo.Non puoi aver davvero lasciato che il tuo spirito si perdesse. Non di nuovo.Non puoi aver davvero permesso che lo Shukaku reclamasse il sangue di una nuova vittima. Non di nuovo.-Gaara, è arrivato il Team 10 da Konoha- Alzi lo sguardo e per un istante ti soffermi su di lui. La mano trema appena, stringendosi attorno all’impugnatura del pennino che tieni tra le dita. Stai per spezzarlo, esattamente come due anni prima hai spezzato le sue ossa. Soffocando semplicemente l’aria in un pugno di sabbia.What Have You Done Now?Ti prendi la testa tra le mani. Il sangue si mischia ai tuoi capelli rossi e ti cola lungo la fronte, scivolandoti sulle palpebre e scendendo lente sulle guance, in una patetica imitazione di vere lacrime. Serri le mascelle e qualcosa dentro di te si muove, si passa la lingua vischiosa sui denti aguzzi e muta il suo respiro in un gorgoglio di soddisfazione. Stai di nuovo per perdere il controllo e lo sai. E lo Spirito lo sente. Agita la coda dentro di te, la sbatte con forza contro la tua cassa toracica, fino a quando non riesci più a distinguere quale sia il battito del tuo cuore. Tutto si confonde, turbina in un vortice, un gorgo nero di sabbia e sangue. Il respiro accelera e le scariche che dai nervi arrivano fino al cervello si fanno sempre più veloci ed intense. La giara vibra e la sabbia dentro di essa si agita, si alza in turbini e mulinelli, ricadendo con uno schiocco e rialzandosi con un sibilo. E lo Shukaku allunga i suoi artigli e ringhia, prendendo il sopravvento su di te. Lo guardi, mentre il sole sorge all’orizzonte, scivolando sulla sabbia dorata, lampeggiando sui granelli appena sollevati dalla brezza e adagiandosi sulla sua tenuta verde. Senti i colpi ritmati dei suoi calci, avverti lo spostamento d’aria provocato dai suoi pugni e lo schiocco delle gocce di sudore che colano dalla sua fronte ad ogni flessione. Rimani a fissarlo, senza nemmeno respirare. Senza nemmeno capire il perché. Lui alza lo sguardo e sgrana gli occhi nel vederti. Alza la mano e la agita. Ti allontani, quasi spaventato, dalla finestra, lasciando che le tende azzurre ti nascondano alla sua vista. Ma senti la sua voce che ti chiama. -Vieni ad allenarti con me!-What Have You Done Now?Urli e allarghi le braccia, mentre il corpo ti scivola via dalle mani e la tua coscienza si disperde in cerchi concentrici, increspando la superficie vermiglia delle pozze di sangue sulla sabbia. Il ringhio del Tasso ti vibra nella gola e ti lacera le corde vocali. Tutto si appanna, tutto diviene rosso. Come un fiamma che si alza, la sabbia esplode fuori dalla bocca della giara e ti abbraccia, simile alle spire di un serpente. Lo Shukaku prende forza, la sua sete si fa violenta e incontrollabile. Il sangue che si è sparso sul terreno non gli basta più, ne vuole ancora, ancora e ancora, fino a quando non sarà sazio, fino a quando non avrà fatto affogare ogni Nazione in quel liquido immondo, vischioso e purpureo, ma perfetto, liscio e brillante come la sfaccettatura di un rubino. Il Tasso ringhia e si agita e ti lacera. Gli artigli affondano sempre di più, le zanne si chiudono attorno al tuo cuore e lo divorano, lo masticano. Senti gli occhi gonfiarsi, li avverti mentre cercano di uscire, hai l’impressione che fra poco esploderanno; gli arti si contraggono, le ossa bruciano e la pelle si scioglie. E la sabbia ti avvolge ancora una volta.E lo Shukaku ti brama ancora una volta.E il Tasso si sostituisce a te. Ancora una volta. What Have You Done Now?
Ridi e ghigni, come un mostro, come un lupo che ha appena avvistato la sua preda. I tuo colpi si fanno sempre più precisi, sempre più potenti. Rock Lee sgrana gli occhi e non capisce, ti chiama e ti prega e ti supplica. Hai orecchie per ascoltarlo. Ma non hai cuore per capirlo. Lo Shukaku ora è divenuto te e tu sei divenuto il Tasso. Non sei più nessuno, sei solo un Spirito che brama sangue. E allora attacchi, ghigni e ridi come un folle. Ad ogni schizzo di sangue la pazzia si fa sempre più profonda, il ringhio dello Shukaku si fa sempre più feroce. Ancora sangue, ancora ancora ancora! La sabbia lo avvolge e tu soffochi l’aria con un gesto semplice e terribile. E allora senti l’osso che si spezza e l’urlo che infrange l’aria. Ancora ti chiama e ti prega e ti supplica. Ti implora di ritornare in te. Ma chi sei tu? Tu, il Demone che Ama Solo Se Stesso? Non lo ascolti. Non è la sua voce che senti. Il Tasso ringhia e sfodera gli artigli, fa schioccare le mascelle. Un attacco, un altro e un altro ancora. L’eccitazione ti infiamma, ti scorre nelle vene come un fuoco inestinguibile. E quello che doveva essere un semplice allenamento si trasforma in un funerale di lacrime, sudore e sangue. Il Loto di Konoha cerca di aprire i Cancelli, ma glielo impedisci. Lo avvolgi nella sabbia, lo stringi nel tuo abbraccio che di dorato possiede solo il colore. Un barlume sembra accendersi dentro di te. Un bambino dai grandi occhi azzurri ti guarda con orrore, stringendosi al petto il suo orsacchiotto di pezza. Rimani fermo un istante. Il bambino non dice una parola, non ne ha bisogno. Ti sta pregando in silenzio. Ti stai supplicando in silenzio. Ma non ti ascolti e ridi e ghigni. Il Tasso ora è il Demone. Il Demone si è inchinato al Tasso. Serri la mano. Il pugno si chiude. E tutto diviene sangue. What Have You Done Now?Una lacrima scorre lungo la guancia del bambino. Il cuore ti esplode nel petto, il ringhio dello Shukaku ti lacera la gola, i suoi artigli ti stritolano la testa. Non senti più nulla, tutto attorno a te si contrae e implode. Quando lo Spirito ha fame, tu lo nutri. Quando il Tasso ha sete, tu lo sazi. Che ora si cibi di te! Che ora anneghi nel tuo sangue!La sabbia ti avvolge, mentre la follia scoppia come un tuono dentro di te. E ridi e piangi e ghigni e urli. Il bambino apre la mano. Tu, Gaara, apri la manoLa sabbia ti avvolge. Chiude gli occhi e serra la mano. Tu, Gaara, chiudi gli occhi e serri la mano.E tutto si fa sangue. 
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L'angolo delle citazioni Le adozioni:
(FF/KH)
 

(Dragonlance)
 
(Scrittori)
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 | | |  L'angelo perduto che cammina sul sottile filo che separa il giorno dalla notte...
 Group: Utenti +Posts: 3703 Location: Il mio paesello marcondirondirondello Status:  | |
| Autore: Liberty89 Titolo: Broken dream Rating: Giallo Genere: Drammatico, triste Fandom: Nessuno Numero di Parole: 1100 Note: un'idea banale a mio parere. Inizialmente tutto è perfetto, ma basta un attimo per distruggere i sogni di qualcuno. Racconto: .:{ Broken dream }:. Il sole sorse, brillante e caldo, in quella chiara e serena mattina di primavera. Alcuni raggi attraversarono lo strato delle persiane e dolcemente si posarono sul suo viso dalla pelle di perla. La giovane emise un piccolo sbadiglio, destandosi dal regno dei suoi sogni, e si mise a sedere, mentre un sorriso luminoso più della stella del giorno, le allungò le labbra e la felicità si dipinse sul suo volto, incorniciato dalla lunga chioma corvina, scarmigliata a causa del sonno. -Oggi è il grande giorno.- pensò, scendendo dal letto dalle lenzuola gialle e verdi. Un lieve bussare alla porta attirò la sua attenzione, mentre apriva la finestra, beandosi del calore del mattino. -Avanti!- -Sei già sveglia tesoro?- domandò sua madre, entrando nella stanza. -Sì mamma.- -Come ti senti?- chiese ancora, avvicinandosi alla figlia. -Felicissima e nervosa!- rispose la ragazza, fissando gli occhi della donna identici ai suoi, dello stesso glaciale azzurro. -Andrà tutto bene, vedrai.- rassicurò. -Ora vieni a fare colazione, altrimenti non avrai energie per affrontare quest’importante giornata.- Detto questo la donna dai corti capelli ingrigiti dagli anni, uscì, lasciando la figlia ai suoi pensieri. Lo sguardo delle iridi celesti vagò per l’intera camera, fino a posarsi sull’anta scorrevole del grande armadio nero su cui risaltava il suo candido abito da sposa, come una stella nell’infinito buio dell’universo. Lo ammirò nell’avvicinarsi e anche se l’aveva già potuto provare al negozio, non vedeva l’ora d’indossarlo di nuovo per il grande evento, che si sarebbe celebrato qualche ora dopo nella chiesa del paese. Immaginava tutti gli invitati seduti ai banchi a guardarla entrare dal portone centrale, avvolto in drappi rossi, e sorrise nel pensare che in fondo al suo percorso ci sarebbe stato lui ad aspettarla, colui che in poche ore sarebbe divenuto suo marito. Lo vedeva, lì, vicino all’altare nel suo abito elegante, o da pinguino, come lo definiva lui. Rise a quel pensiero, ma lo mise da parte, per raggiungere la cucina dove i genitori la attendevano per la colazione. Alle undici in punto la parrucchiera tolse le mani dalla sua acconciatura, mostrandogliela in tutta la sua perfezione. La sua liscia chioma corvina era stata catturata in uno chignon, trattenuto con una rete di madreperla, tramandata di madre in figlia dai tempi della sua bisnonna, ma due ciocche erano state lasciate libere di caderle accanto al viso, facendo passare in primo piano le sue chiare iridi, circondate dal nero della matita. Si alzò e si mise davanti allo specchio dell’armadio, rimirandosi e vedendosi bella come non mai. Il volto era attraversato da un leggero velo di trucco, per non appesantire la sua espressione gentile, e le labbra erano colorate di un chiaro cremisi. Al collo portava un cinturino bianco, legato con un piccolo fiocco, da cui sbocciava una candida rosa di stoffa. Dalle spalle scendevano due spalline sottili e da loro prendeva forma l’intero abito. Il corpetto di fine tulle sull’addome, con una fascia bianca al di sotto, sul seno, presentava dei ricami floreali, dopodiché dalla vita in giù scorreva la lunga gonna a balze, come una cascata a più riprese percorsa da acque calme e lente come quelle di un fiume. I suoi occhi si accesero di stupore e con il sorriso sulle labbra rosse si voltò verso la madre e la cugina, che le aveva acconciato i capelli. -Come sto?- -Sei splendida Cecilia!- esclamò la ragazza dagli occhi blu e la chioma bionda, stringendo il pettine professionale. -Sei bellissima tesoro.- aggiunse la madre. -Sei perfetta.- La giovane sposa sorrise alle due. -Non ancora.- rispose, avvicinandosi al proprio letto su cui giacevano gli ultimi oggetti che l’avrebbero accompagnata dal suo sposo. S’infilò i guanti bianchi, lunghi fino al gomito, prima di prendere il suo bouquet, appoggiato accanto ad essi, composto di candidi gigli, segno di purezza, e rose dai setosi petali blu come la notte. -Sono pronta.- affermò decisa, con un sorriso splendido e raggiante come il sole. -Sono pronta a realizzare il mio sogno.- Seduta sul sedile posteriore della Fiesta rossa osservava dal finestrino la sua città scorrere veloce accanto a lei, cercando di calmare il suo cuore che batteva a un ritmo vertiginoso, probabilmente impossibile da tenere a freno. L’autista la guardò dallo specchietto e le sorrise. -E’ fortunato l’uomo che sta per diventare suo marito.- disse. -Avrà accanto una ragazza stupenda.- -Glielo dicono tutti!- rispose con una risata allegra. La macchina si fermò all’ultimo semaforo, da cui era già visibile l’alto campanile della chiesa, su cui si puntarono le sue chiare iridi azzurre. -Tra poco, il mio sogno diverrà realtà.- pensò felice. -Avrò un marito e presto anche dei bambini da crescere…- proseguì, sfiorandosi il ventre con una mano, in un gesto istintivo, con la mente rivolta al suo avvenire, che si prospettava roseo alle sue ingenue riflessioni di eterna bambina. Il verde scattò e l’auto riprese a muoversi, ma non fu il suo movimento a distrarla dai suoi pensieri, bensì il forte e improvviso suono del clacson. Sgranò gli occhi quando vide quel camion troppo vicino al finestrino opposto al suo. Fu un istante. Un attimo pieno di rumori e grida dei passanti, ma alle sue orecchie non giunse più nulla, dopo il violento impatto con il muro della palazzina, contro la quale si schiantò l’auto, spinta dalla forza violenta e inattesa dell’altro mezzo. Sollevò le palpebre e inorridì nel trovarsi tra i detriti dell’edificio e dei due automezzi. Avvertì i battiti del suo cuore rallentare e pulsargli nelle orecchie, come il rimbombo del lento avanti e indietro di un pendolo, e vide il suo bell’abito passare rapidamente dall’immacolato bianco allo sporco e passionale rosso. Richiuse gli occhi, lasciando cadere due piccole e silenziose lacrime, che si unirono a quella prepotente macchia scarlatta, come una goccia di pioggia che si perde nell’imponente e vasto mare. La sua mente si allontanò lentamente dalla realtà, mentre i suoi pensieri correvano disperatamente a quella magica visione di fragile cristallo, che aveva costruito per tutta la sua vita. Allungò le dita avanti a sé per cercare di afferrare e trattenere quel prezioso specchio che dava sul futuro, ma, appena lo sfiorò con le sue dita intrise di denso sangue cremisi, esso si ruppe. Sgranò le iridi della sua anima di fronte a quello scempio, mentre il suo intero corpo si faceva debole e freddo e vedeva quella miriade di schegge colorate sfuggirle dalle mani e incrinarsi e spezzarsi, divenendo sempre più piccole, fino a somigliare a fine sabbia. -Ero così vicina… perché…?- fu il suo ultimo pensiero, prima che i suoi occhi si spegnessero per sempre sull’oblio composto di granelli di quel sogno infranto che mai diverrà realtà. | | | |
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 | | |  Fulminea e veloce... fammi strada, freccia di vento! Velocissimo impulso... come il vento che fa terra bruciata... ti rivestirò soffiando impetuosa... per sempre con tutta me stessa... K.O.!
 Group: WritersPosts: 5680 Location: Ex aula del club di lettura, ora base della Brigata SOS Status:  | |
| Autore: misterious detective Titolo: Ciò ce conta di più Rating: giallo Genere: drammatico...credo  temo di essere un po' (tanto) fuori tema. Fandom: no Numero di Parole: 1218 Note: come già detto, non sono sicuro di essere completamente attinente al tema. Ho cercato di scrivere qualcosa di originale, con l'intenzione almeno inizialmente) di far scaturire qualcosa al lettore, senza però che quel qualcosa fosse propriamente scritto nel testo, anche se ciò la rendeva tanto introspettiva quanto lo può essere la ricetta della pastasciutta XD spero che questa versione sia quanto meno piacevole a leggersi ^^ Racconto: Mosse qualche passo incerto in avanti, annusando l’aria rovente. Tentennò un attimo, il suo istinto avvertiva un pericolo. Assicuratosi di essere al sicuro, si decise ad avanzare un altro poco, camminando come un funambolo sul ramo di un albero. La pelliccia gli si rizzò e una sensazione simile a una scarica elettrica gli attraverso il corpo minuto. Scrutò davanti a sé con i suoi grandi occhioni neri, incapace di comprendere quanto accadeva intorno a lui: Ettari che per alcuni anni di vita aveva visto immersi nel verde, ora erano tinti di un rosso crepitante e baluginante, la cupola azzurra, che aveva sempre ammirato dal basso, ora era nascosta da nuvole grigie, mentre la vista dell’animale era oscurata dal fumo che saliva verso il cielo, facendogli storcere il naso. Ogni secondo la temperatura pareva aumentare. Lo scoiattolo si diede un ultimo sguardo intorno, come alla ricerca di una scappatoia, ma non ne vide alcuna. Senza dubitare oltre, l’esserino si tuffò nuovamente nella cavità dell’albero che gli faceva da tana. Al suo interno, rannicchiati in un angolo, vi erano altri cinque suoi simili, dei quali quattro erano molto piccoli, di appena pochi mesi. Lo sguardo dello scoiattolo, fisso sulla sua “famiglia”, sembrava malinconico. Si avvicinò lentamente, come temendo di spaventarli, e prese a strusciarsi contro di loro, nel tentativo di tranquillizzarli. Non era quasi nulla in confronto al resto del mondo, come poteva sperare di salvare se stesso e gli altri con le sue minuscole manine? La madre scattò, evitando le attenzioni del compagno. Si avvicinò ad un angolo della tana, dove erano ammucchiate alcune ghiande, bacche e pinoli. L’animale tentava invano di raccogliere le provviste e portarle da un lato all’altro dell’abitazione, cercando disperatamente una via di fuga. Si arrese presto all’evidenza e preferì concentrare le sue forze nel creare una via di fuga. Andò a spingere col muso il marito, per invitarlo a seguire il suo esempio. Quello si grattò la testa, non riusciva a comprendere la compagna: sperava davvero in una soluzione o si stava dimenando in preda alla disperazione. Qualunque fosse la verità, si arrese al suo volere e fece segno ai figli di seguirlo verso l’uscita. Quelli, fiduciosi nel padre, obbedirono. I loro sensi erano all’erta e l’istinto li tradiva, ma sentivano di potersi fidare del loro genitore, sempre capace di proteggerli e dar loro ciò di cui avevano più bisogno. Tornarono sul ramo, dal quale potevano vedere tutta la foresta andare a fuoco. Erano in fila indiana, gli ultimi di loro erano ancora dentro la tana. Uno dopo l’altro, come un’unica entità, presero a scalare la corteccia, cercando di arrivare in cima alla pianta. Guardavano tutti davanti a loro, decisi, muovendosi tortuosamente tra i rami che ostruivano la loro corsa. Cinque di loro drizzarono le orecchie, sentendo un rumore secco di cui non capivano la provenienza. Uno dei più giovani, camminando alle spalle del gruppo, aveva afferrato troppo saldamente la corteccia, strappandola dall’albero. Il povero animale cadde verso il terreno e le fiamme, riuscendo ad emettere un ultimo squittio spaventato. La sua famiglia non si voltò nemmeno a preoccuparsene. Lasciarono che il loro fratello morisse in quell’inferno senza battere ciglio. Sapevano che sarebbe potuto succedere, nella loro vita l’unica cosa che era sempre contata era la sopravvivenza del gruppo, per cui erano sempre pronti a sacrificare una piccola parte. Era dura, ma non esisteva altro modo per protrarre la scomparsa della loro specie. Arrivarono fino in cima, si appollaiarono sugli stretti ramoscelli che circondavano la punta acuminata della pianta che faceva loro da casa. Nemmeno da quell’altezza riuscivano a scorgere chiaramente il blu del cielo, non vedevano che un azzurro sfumato penetrare dal fumo, che pesava sui loro polmoni. All’unisono guardarono sotto i loro piedi e sotto quelli dell’albero: decine di animali correvano spaventati, uno accanto all’altro, appartenenti a specie diverse; il lupo accanto alla volpe, il topo pochi metri sotto l’aquila. Era buffo come tutti avessero messo da parte i dissidi e si preoccupassero solo di mettersi in salvo, pronti a tornare prede e cacciatori una volta debellato il pericolo. E loro erano intrappolati lassù, nella vetta più alta del loro mondo. Persino quegli scoiattoli riuscirono a scorgere un senso di solennità in tutto quello. Riuscirono quasi a consolarsi, pensando che la loro non era nemmeno una fine tanto terribile, sotto alcuni punti di vista. Quel baluginio di coscienza scomparve in pochi attimi, per lasciare spazio al terrore di scomparire e alla consapevolezza di esservi destinati nell’immediato futuro. Lentamente, come un battaglione che si ritira sconfitto nell’accampamento, ridiscesero la corteccia, per passare i loro ultimi momenti nella loro amata casa. Avanzavano col muso chino verso le zampe, che si superavano tra di loro tanto lentamente da quasi fermarsi. Correre era inutile, per il loro assassino stanarli nella loro casa o coglierli durante il loro peregrinare non faceva alcuna differenza, la loro ora sarebbe ugualmente giunta. Questo solo pensiero li gettava ancor più nello sconforto, invitandoli a voltarsi di nuovo verso l’alto, verso il cielo, per poi correre di nuovo fino in cima e buttarsi nel vuoto, volare via in un’altra foresta più accogliente e sicura. Nessuno lo fece, nessuno ne ebbe la forza, o la pazzia.
Rientrarono lentamente, nella vergogna e nella paura. Uno dei figli si avventò alle provviste, abbracciandole come tesori. Erano le uniche cose che gli rimanevano, con le quali consolarsi mentre i suoi occhi lacrimavano per il fumo e per la tristezza che opprimeva il suo minuscolo cuore. Gli altri si dispersero all’interno di quei pochi centimetri quadri, tendendo ad avvicinarsi il più possibile alle pareti, sperando che la fine sopraggiungesse il più tardi possibile. Si facevano forza tra loro, riuscendo ad accettare il destino che Madre Natura aveva scelto per loro, anche se la domanda persisteva: perché proprio loro? Il patriarca e la sua compagna si avvicinarono l’uno all’altra, perdendo qualche istante a fissarsi. Gli occhi della femmina gocciolavano, non era pronta a dire addio al compagno. L’espressione di quello era sconfortata quanto e più di quella dell’altra. Il destino, però, aveva voluto che non fosse in grado di fare nulla. O meglio, poteva solo alleviare le preoccupazioni dell’altra. Si avvicinò a lei fino a toccarla, e si sfregò più volte contro il suo pelo, gustandosi appieno quel contatto. Strofinò la coda sul collo della femmina che, ammaliata, lo imitò. Entrambi potevano capire che la loro fine era a un passo. I loro figli poco lontani si erano radunati in cerchio, stretti tra di loro. I sensi dei cinque animali si attivarono, era ora. Sentirono il crepitio del legno che prende fuoco. L’entrata era bloccata dalla stessa nube grigia che prima avevano visto innalzarsi verso il cielo. Essa però svanì presto, lasciando lo spazio alle lingue rosse e arancioni del fuoco. Esse, sinuose, non attesero ad impossessarsi della dimora, circondando tutto il suo perimetro.
E il calore li avvolse, trovandoli preparati e senza più paura. Era sempre stato così, quello che conta è la sopravvivenza della specie. Loro non erano che una parte di qualcosa di molto più grande e importante. Lo trovavano uno schifo. Nella morte, che la specie prosperasse o meno non importava più, nulla importava più. Le fiamme portarono via con loro tutti i desideri, i pensieri, le passioni di quegli animali. E tinsero il loro mondo di nero. Il nero della cenere e dell’oblio. | | | |
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 | | |  Fly to dream far across the sea, all the burndens gone, open the chest once more, dark chest of wonders
 Group: WritersPosts: 3902 Location: over the hills and far away Status:  | |
| Autore: *Solanya* Titolo: E non c'è risposta Rating: giallo Genere: drammatico, triste, introspettivo Fandom: nessuno Numero di Parole: 900 Note: Non so bene da dove sia venuta fuori, spero solo che non risulti confusa o esagerata. So che non è molto originale, ma di meglio non mi è venuto. Racconto: E’ stanca. Vorrebbe dormire, ma non può. Dove sei? Non può riposare, finché non lo vedrà, finché non sentirà il suo passo leggero salire le scale. Prega, cerca di soffocare l’ansia, si abbraccia, stringendo le mani per non sentirle tramare. Si può aver paura della propria ombra? Prega, non sa chi, prega e basta, ascoltando il suono consolatorio dei suoi pensieri. -Ti prego, ti prego, fa’ che arrivi… non può volerci molto… Ti prego… fa’ che si sbrighi, che arrivi presto…- Sì. Le risponde il silenzio. Paura. Il terrore di restare sola. Forse se promettesse qualcosa, uno scambio, la preghiera si avvererebbe. Ma sì, certo, così funzionerà. Prende un respiro profondo, imponendosi la calma, poi ricomincia. -Ti prego, fa’ che torni… se torna… oh, non lo so, sarò più calma, smetterò di agitarmi così tanto. E pregherò tutte le sere, non solo quando mi fa comodo… ti prego, ti prego…- -Dai, vieni, che fretta hai? Siamo stati chiusi qui dentro tutto il giorno, cosa vuoi che sia?- -Veramente mia moglie…- -Che palle! Non è mica una mocciosa, o sbaglio?- -No, ma ha avuto dei problemi… è ancora in terapia, si agita se sta da sola troppo a lungo, specialmente di sera. Ha paura…- -Oh, avanti, non puoi farle da balia per sempre, no? Prima o poi dovrà abituarsi, tornare alla normalità! Una birra e via, torni a casa da lei, così ti calmi i nervi, non puoi andare avanti così!- Parole allettanti. Parole innocenti eppure tentatrici… Staccare, solo per una mezz’ora, ridere un po’, senza pensieri, poi tornare a casa, da lei, abbracciarla, sorriderle, con il cuore più leggero. L’uomo alza le spalle, ride. E accetta. -D’accordo, allora, solo una, però…- -Ma certo, di che ti preoccupi? E’ solo una sera!- -E dai, torna… perché ci metti così tanto? Ho paura… non mi lasciare sola… non mi lasciare sola!- Piange, non riesce più a controllare i singhiozzi violenti che le squassano il corpo sottile, segnato dalla malattia, fragile. -Dio! Fa’ che non mi lasci sola… fa’ che non se ne sia andato… ti prego…Farò qualunque cosa, lo giuro, qualunque…- Prende un respiro tremante, cercando di riflettere, di essere razionale. Guarda l’orologio: non è poi così tardi, appena le otto… arriverà presto, è in ritardo solo di una mezz’ora. Ma quanto sono lunghi, trenta minuti di tortura? -Quattro birre medie!- -Non ti pare di esagerare? Sono quasi le otto!- -Ma fammi il piacere! E’ proprio quello che ci vuole!- I quattro uomini si siedono al banco, sorseggiando la bevanda. Intorno a loro il locale è pieno di gente, per lo più uomini che hanno appena finito di lavorare e si concedono un aperitivo prima di tornare a casa, qua e là qualche coppietta chiacchiera placidamente. -Avete visto la nuova segretaria del capo?- -Difficile non notarla!- -Appunto!- Chiacchiere senza importanza. Risate. Dopo tanto tempo, l'assoluto, inebriante vuoto che solo la birra può dare. L'uomo sorride, finalmente rilassato, sicuro di sé. Va bene così. Solo una mezz'ora di pace, poi tornerà da lei. La abbraccerà, la bacerà e la aiuterà a guarire. Finché non saranno di nuovo felici, come un tempo. -Perchè? Perchè?- grida, fuori controllo -ho paura... sono sola...torna da me!- Non ce la fa più. Esausta, distrutta, il terrore la schiaccia contro un invisibile muro di angoscia, lasciandola senza via di fuga. -Vi prego, lasciatemi in pace... non ne posso più... Torna da me... perchè mi hai lasciato sola?- Balza in piedi, sentendosi soffocare. -Non ce la faccio più!- singhiozza. Apre la finestra, in cerca d’aria, ma la pesante cappa di umido e pioggia, che ormai da giorni avvolge il suo mondo non accenna a sfaldarsi. Boccheggia, inspirando l’aria fredda della sera, eppure la sensazione di affogare non si dilegua, anzi, a essa si aggiunge il gelo sottile del vento invernale. -Sarà meglio che vada, ora, è tardi- -D’accordo, ma devi venire di nuovo, queste serate sono indispensabili, se non vuoi uscire di testa!- L’uomo sorride ancora una volta, poi si alza ed esce dal locale. Lancia uno sguardo al cielo: è una luminosa sera di aprile, le stelle sono ancora pallide e l’aria quasi tiepida. L’inverno è finito. Decide di andare a casa a piedi, non ha voglia di infilarsi nei sotterranei della metropolitana, una breve passeggiata non lo farà ritardare di molto, la strada è breve. Ai piedi di un palazzo di sei piani, in un bel quartiere residenziale, giace scomposto il corpo di una donna. Sembra galleggiare in un lago di sangue, illuminato dalla luce dei lampioni, in questa serena notte d’aprile. Le labbra sono serrate, il viso conserva un’espressione di angoscia che neppure la morte ha saputo cancellare. Gli occhi, invece, sono aperti e guardano il cielo, con una strana calma. Arriva un uomo, cammina svelto ma rilassato, una mano è nella tasca della giacca, come se stringesse qualcosa -le chiavi di casa?-, l’altra regge una cartella con dei fogli. Vede la sagoma a terra, si avvicina, accelerando il passo. Si ferma. Fissa il volto della donna, in silenzio, i rumori della città si confondono nella sua testa, divenendo un unico brusio confuso, la sirena dell’ambulanza, i mormorii dei pochi passanti, i clacson... Solleva il capo e guarda in alto, verso il palazzo: la finestra del sesto piano è spalancata, come una bocca che grida aiuto. Il portadocumenti gli sfugge di mano ed egli cade a terra, gli occhi chiusi. -Perché?- singhiozza –Perché?- E non c’è risposta. | | | |
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| 5 replies since 1/11/2009, 08:48 |
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